Intervista a Pippo Matino (2006)

 

Abbiamo incontrato Pippo Matino, talentuoso bassista partenopeo che attua un interessante crossover tra funk, jazz e rock, al Groove Festival di Bollate dell’estate del 2006, molto gentilmente ci ha dedicato un po’ del suo tempo per scambiare quattro chiacchiere.

 

D. Quale è stata la molla che ti ha fatto diventare un musicista?

R. La molla è stato mio padre, lui suonava la chitarra e cantava (bene!) per hobby mi trasmise questa passione e cominciai proprio con la chitarra, poi mi capitò un basso tra le mani…

D. A che età hai cominciato a suonare il basso?

R. A 14 anni, a 16 già suonavo “professionalmente: matrimoni, battesimi, feste… sai a Napoli si faceva di tutto, è stata una palestra importante che mi ha dato l’opportunità di lavorare subito.
Dai 16 ai 20 anni ho studiato molto: ascoltavo, copiavo… sono sostanzialmente un autodidatta, a parte qualche lezione con Gianfranco Gullotto, ho imparato dai dischi, in primis da quelli di Pastorius.

D. Adesso studi in maniera regolare?

R. Purtroppo no, fortunatamente ho troppi impegni professionali, è difficile avere quelle 2-3 ore per studiare che sono però importanti.

D. Qual è secondo te il giusto approccio per cominciare a studiare uno strumento?

R. Come ti ho detto dai 16 ai 20 anni suonavo almeno 4 o 5 ore al giorno, tiravo giù i pezzi che mi piacevano, lì imparavo riff, accordi, ogni volta scoprivo qualcosa di nuovo armonicamente e ritmicamente, tirare giù quei pezzi per me equivaleva a fare 3 ore di tecnica, questa è la cosa fondamentale: ascoltare concerti, dischi, tirare giù le cose dai maestri. Poi è chiaro che tutto ciò che è teoria scritta sui libri, le scale, l’armonia è importante ma rimane scritta lì, bisogna saperle però secondo me non basta.

D. Studiavi con il metronomo?

R. Assolutamente no, mai usato, qualche volta la batteria elettronica che mi dava più feeling, non so se ho fatto bene o male, in realtà ho sempre pensato che non fosse indispensabile, il tempo lo “senti”.

D. Quali sono i tuoi bassisti preferiti?

R. Jaco Pastorius, Stanley Clarke dei tempi d’oro e Jeff Berlin sono quelli che più mi hanno influenzato. Poi, Victor Bailey, Gary Willis, Anthony Jackson, Alain Caron, Marcus Miller, Sting, Victor Wooten, Domenique Di Piazza.

D. Uscendo dal mondo del basso quali sono i tuoi musicisti preferiti?

R. Ho un debole per Joe Zawinul…, poi John Coltrane e Alan Holdsworth.

D. Cosa pensi dei bassi a 4 e 6 corde?

R. Per me il basso è a 4 corde, a volte si ragiona come se fosse una gara, ma la questione è espressiva non è un problema di numero di corde, a parte il 5 corde che professionalmente ha un senso per quanto riguarda la musica leggera, apprezzo bassisti come Anthony Jackson che utilizzano il 6 corde nella sua totalità.

Per iniziare a suonare, a meno che non sei proprio attratto da un 5 o un 6, è comunque preferibile iniziare dal 4 corde.

D. Il rapporto tra contrabbasso e basso elettrico, è possibile studiarli in modo ottimale tutti e due o meglio concentrarsi su uno strumento piuttosto che un altro?

R. Io ho fatto la scelta di suonare solo il basso elettrico, avevo studiato un po’ il contrabbasso poi ho dovuto abbandonare perché secondo me è difficile suonarli tutti e due bene, sono due strumenti diversi.
Ti dico un’altra cosa io lo sento subito quando uno suona l’elettrico provenendo dal contrabbasso, che senso ha suonare il basso elettrico come il contrabbasso?

D. Che ne pensi della musica di oggi?

R. La qualità della musica è salita solo a livello di tecnologia e tecnica, si registra a distanza… ma le cose realizzate tra i Sessanta e gli Ottanta, dai Beatles ai Weather Report rimangono le più significative. Proprio il fatto di come si suonava insieme… adesso è più difficile andare a suonare, provare, fare dischi.
I ragazzi dovrebbero conoscere e studiare alcune cose del passato che rimangono fondamentali.